Ginji Ito è stato un cantautore e produttore giapponese, poco ricordato oggi, ma con un ruolo significativo nella scena del City Pop degli anni ’70 e ’80. Partecipò al progetto NIAGARA TRIANGLE Vol.1 insieme a Tatsuro Yamashita e Eiichi Ohtaki, ed è noto anche come arrangiatore e produttore per artisti come Kenji Sawada e Ann Lewis. La sua carriera iniziò nei primi anni ’70 con una band chiamata Coconut Band, ma il debutto come solista arrivò solo nel 1977, quando firmò con l’etichetta Asylum, una sussidiaria della Warner, pubblicando l’album Deadly Drive.
Deadly Drive - (1977, Asylum Records)
Deadly Drive è un lavoro piacevole, che si muove con eleganza tra diversi generi musicali. Alternando brani strumentali e cantati, l’album si distingue per un fascino westcoast pop mescolato a jazz/rock. Non è un disco rivoluzionario, ma offre un’esperienza di ascolto raffinata e rilassata, ideale per chi apprezza atmosfere morbide e avvolgenti. Tra i brani più interessanti troviamo “Sweet Daddy”, un pezzo funky jazz che richiama i Crusaders, la delicata ballata soul “Konukaame”, il funk strumentale “King Kong”, che utilizza il talk-box in modo originale, e una reinterpretazione in chiave reggae di “I’m Tellin’ You Now”, brano dei Freddie and The Dreamers. Non manca una parentesi latin con “Anotoki Wa Doshaburi”, mentre il finale è affidato a una blues-ballad dalle sfumature soul.
Avevo scoperto i Butcher Brown, quintetto jazz/soul della Virginia, nel 2018 grazie al loro album Camden Session, e già allora mi avevano fatto un’ottima impressione. Nel corso degli anni li avevo un po’ persi di vista, salvo ritrovarli in questi giorni con il loro nuovo lavoro, Letters From The Atlantic.
Dicevamo che i Butcher Brown sono un quintetto, per la precisione composto da Marcus “Tennishu” Tenney alla tromba e al sassofono, Morgan Burrs alla chitarra, Corey Fonville alla batteria, Andrew Randazzo al basso e DJ Harrison alle tastiere. La loro proposta si inserisce in quel filone di jazz ibrido sviluppatosi negli ultimi anni, con la massima attenzione ai linguaggi della musica black in tutte le sue sfumature: funk, house, hip-hop, ma anche dub, bossa nova e, come vedremo, suggestioni yacht rock.
L’album si muove lungo queste coordinate. I primi due pezzi, Seagulls e Unwind, partono con nervosi break house, con quest’ultimo impreziosito dalla voce di Melanie Charles, per poi abbandonarsi alla morbidezza soul di Backline, la stessa che ritroviamo nella successiva Right Here con Leonor Wolf alla voce, brano che evolve in un break hip-hop. Change in Weather cambia decisamente atmosfera e vira in direzione Brasile con una raffinata bossa nova cantata da Mia Gladstone, mentre il viaggio prosegue nel territorio jazz fusion con la cover di Dinorah, Dinorah, scritta da Ivan Lins e reinterpretata ispirandosi alla versione di George Benson.
La voce di Yaya Bey è la protagonista di I Remember, un elegante episodio di chill hip-hop costruito su un sognante fraseggio di chitarra e concluso da un assolo di tromba. Atmosfere house balearic con un tocco dub, e non poteva essere diversamente, in Ibiza, un brano sognante tratteggiato da una tromba psichedelica e chiuso da un ruffianissimo assolo di sax. Ancora la tromba domina la notturna Hold You, con la voce di Victoria Victoria, uno dei brani più evocativi e jazzati dell’album. Si ritorna al jazz/soul pieno di groove con Montrose Festival, costruito intorno alla tromba di Nicholas Payton, ospite della band.
Accennavo alla presenza di influenze yacht rock, ed eccole in Something New About You, un bel up-tempo con la voce di Neal Francis che richiama la golden age del genere, a metà strada tra Hall & Oates e Rupert Holmes. Il disco si chiude con un’altra cover, Infant Eyes di Wayne Shorter, omaggiata con un set di batteria jungle e un sax fluido che i Butcher Brown riescono a rendere nervoso e morbido al tempo stesso, fino al solo di piano che conclude il tutto e ci rimbocca le coperte.
Un bel disco, che ho apprezzato per la varietà degli stili, capaci di rendere il tutto coeso senza risultare un semplice esercizio di stile, ma piuttosto una sincera esplorazione dei generi che la band interpreta con passione autentica.
Pare strano, ma a volte, dalle collaborazioni più improbabili, emergono lavori che vanno annoverati tra i più belli della carriera degli artisti coinvolti. Si tratta di dischi suonati non solo pensando ai risultati commerciali, ma anche per il semplice piacere di suonare insieme. Alcuni esempi: Frank Zappa con i Grand Funk Railroad (Good Singin’, Good Playin’), Todd Rundgren con gli XTC (Skylarking) e Burt Bacharach insieme ad Elvis Costello (Painted From Memory).
Anche “Sacred Songs” di Daryl Hall, realizzato in collaborazione e con la produzione di Robert Fripp, si inserisce in questa direzione, anzi è forse ancora più azzardato degli altri. Tale audacia ha tanto irritato alcuni addetti della RCA da portare al congelamento della pubblicazione del disco dal 1977 al 1980. In seguito, il lavoro venne ristampato nel 1999 dalla Buddha Records con l’aggiunta di due bonus track contenente una scrupolosa cronaca dell’accaduto, oltre a una lucida testimonianza dello stesso Fripp.
La band che suonò insieme a Fripp ed Hall era quella che fu di Elton John, con Roger Pope alla batteria, John Pizzarelli al basso e Caleb Quaye alla chitarra. Miscelando il tutto con le rasoiate di Fripp (chitarra elettrica e Frippertronics), controcanto quanto mai appropriato alle melodie del cantante di Philadelphia, nacque uno degli album più belli della carriera solista di Daryl Hall. Un ulteriore esempio di come due artisti, pur provenendo da estrazioni diverse, riescano ad abbattere le segregazioni stilistiche a cui sono spesso sottoposti, sia a causa di discografici inetti sia per via di fan col prosciutto sugli occhi.
Nato nel 1952 a Sendai, Junichi Inagaki si avvicina presto alla musica, ispirandosi a Stevie Wonder. Durante le scuole medie, entra come cantante e batterista nella band giapponese Faces, omonima del gruppo britannico. Prima di debuttare come solista nel 1982 con un singolo, si esibisce per le forze statunitensi di stanza a Yokosuka e Tachikawa.
Autore di ventuno album in studio, pubblica il suo primo lavoro, 246:3 AM, nel 1982, delineando già il percorso musicale che culminerà l’anno successivo con l’album Shylights, associato alle sonorità yacht rock.
Shylight - (1983, Express)
Tra tutti i suoi lavori, Shylights è il migliore: l’album richiama le atmosfere presenti nei dischi degli Airplay e dei Toto. Comprende nove tracce, tra cui alcuni dei suoi brani più celebri, come Dramatic Rain, un pezzo soft rock, e il raffinato mid-tempo Kazeno Aphrodite.
La produzione di Shylights si avvale della collaborazione di musicisti di alto livello, con arrangiamenti curati da Akira Inoue e Motoki Funayama. Tra gli artisti coinvolti spiccano Tsuyoshi Kon alla chitarra elettrica e Hideo Yamaki alla batteria.
Inagaki ottiene un buon successo commerciale negli anni Ottanta, ma con il declino del City Pop negli anni Novanta, la sua popolarità diminuisce. Il rinnovato interesse per il genere in Occidente negli anni ‘10 del ventunesimo secolo gli restituisce visibilità. Ancora oggi, può contare su una base di circa 400.000 ascoltatori mensili sulle piattaforme di streaming.
Dime è il secondo album del talentuoso musicista neozelandese Callum Mower alias Serebii, notoriamente apprezzato per le sue doti di compositore, produttore e multi-srumentista. Uscito il 28 marzo per l’etichetta Innovative Leisure, l’album rappresenta un vero punto di svolta, sia personale che artistico. Mower sceglie di mettersi a nudo, portando la propria voce in primo piano e dando vita a un progetto minimalista, quasi un viaggio introspettivo in cui affronta le sue emozioni più profonde.
La playlist comprende dieci tracce che si fondono in modo armonioso per creare un viaggio fluido nel mondo del cantautorato soul-jazz e della tropicália, arricchito da elementi psych-folk ed elettronici. La produzione include chitarre ipnotiche, eleganti pianoforti e strati di sintetizzatori, costituendo paesaggi sonori dolci e avvolgenti che trasportano l’ascoltatore in una sorta di stato di meditazione.
Il disco presenta alcune collaborazioni interessanti: in Lungs spicca la voce di Tessa De Lyon che aggiunge un tocco speciale; mentre in Verrans Corner emerge la presenza del chitarrista Leith Syde Towers. Menzione speciale anche per The Randan dove il nonno di Mower presta la sua voce per una lettura che apre le porte all'intergenerazionalità nel progetto. Molto bello anche il contributo di Carla Camilleri nella traccia conclusiva Assembly, dove la sua voce si intreccia con quella di Serebii su un tappeto sonoro sintetico, arricchito nel finale da una chitarra acustica che crea un’atmosfera estatica
Dime è un lavoro intimo e delicato che evidenzia la vulnerabilità di Serebii trasformandola in una potente espressione artistica. Un album che si discosta dal neo-soul dei suoi lavori precedenti e si orienta verso sonorità acustiche che ricordano a tratti le produzioni dei Kings of Convenience. Un album distante dai clamori di artisti più celebri, i cui minimalismi di maniera si riducono spesso a semplici esercizi di futile egocentrismo. Dime, invece, riesce a evitarlo con naturalezza.
Se c’è un genere musicale espressione delle minoranze gay, queer e del sottoproletariato urbano, questa non può che essere la disco music. Erroneamente considerata in Italia un patrimonio delle destre più retrive, la disco music è riuscita a diventare un aggregatore, come poche, di persone provenienti da estrazioni sociali, etnie e orientamenti diversi, trasformando la pista da ballo in uno spazio di liberazione, espressione e comunità. La sua estetica, per coloro che ne colsero tutte le sfumature, nascondeva una carica sovversiva capace di sfidare il moralismo e i pregiudizi dell’epoca, al punto da attirare su di sé l’odio di chi la percepiva come una minaccia all’ordine costituito.
In questo contesto nasceva, nella periferia di Londra agli inizi degli anni 2000, la crew Horse Meat Disco, caratterizzata da un’estetica e sensibilità queer. Nel corso degli anni si è esibita nei migliori festival internazionali di musica dance ed è stata resident DJ a New York, Berlino e Lisbona, luoghi in cui la pista da ballo ha visto protagonisti personaggi del calibro di Mick Jagger, Kate Bush, Mark Almond e Vanessa Williams. La disco è stata ed è tuttora un fenomeno universale; per una Donna Summer e un Sylvester, conosciuti ovunque, altrettanto sono quegli artisti di altre parti del mondo noti solo a una nicchia o a DJ, come nel caso degli Horse Meat Disco.
Innamorati da sempre del Brasile e complici i viaggi a Rio de Janeiro a partire dal 2003, la crew è riuscita a scovare alcuni dei pezzi più rari e significativi della scena disco brasiliana degli anni ‘70 ed ‘80 e, complice l’etichetta Mr. Bongo, sedici di questi sono confluiti nella compilation “Horse Meat Disco Presents Disco & Boogie from Brazil Vol.1” pubblicata lo scorso 21 marzo. Il succo della compilation è una disco solare che rimanda al calore del Brasile, declinata in disco-boogie con influenze tropicali, senza essere afflitta dalla tamarraggine di molte produzioni odierne. È una via tutta brasiliana alla disco music, che fortunatamente evita le tipiche sonorità da “trenino” dei veglioni di Capodanno.
Tra i protagonisti dei pezzi, segnalo l’elettro italo-boogie “Venha” di Zè Carlos, “Babilonia” di Jorge Ben, la disco-funk di “Pàssaro Selvagem” degli Os Carbonos, con una linea di basso ispirata a “Good Times” dei Chic; come sempre in stile Chic, “Suspira” di Robson Jorge e Lincoln Olivetti. Echi di blaxploitation si ritrovano in “Harmony Cats’ Theme” degli Harmony Cats, mentre la vera rarità è rappresentata da due pezzi firmati da Luiza Maura, “Sorriso Vermelho” e “Deixa Girar”, tratti da un 7” introvabile. La versione in vinile e CD contiene quattro brani extra non presenti nella versione digitale, tra cui un brano scritto da Jorge Ben per Gretchen, “Ela Tem Raça, Charme, Talento E Gostosura”, “Parabens” di Marcos Valle, “Fevereiro (O Bamba)” di Roberto Cesar e “Quero Ser Sua Mulher” di Arlete.
Un album imprescindibile per i cultori della disco music internazionale lontano dalle scelte più scontate.
Avvertenza: post non adatto alle anime belle, con uso di termini espliciti e doppi sensi.
A metà anni ’70, in Italia grazie anche alle prime radio private, fummo invasi da canzoni di genere erotico come mai prima. Sì, c’era stata la celebre Je t’aime… moi non plus di quel bell’arnese di Serge Gainsbourg, ma la cosa finiva lì. Fu Donna Summer con Love to Love You Baby ad arrivare in soccorso di un pubblico che, stanco di perdersi nei labirinti onanistico cerebrali del progressive, trovò finalmente un diversivo più immediato, anche a livello fisico. Poi Love in C Minor di Cerrone fece il resto.
Qui in Italia ho il ricordo di brani erotico scoperecci quali La Prima Volta di Andrea & Nicole, passando per l’erotismo raffinato di Pensiero Stupendo di Patti Pravo, fino alla sexy disco pecoreccia di Benito Urgu e la sua Sexy Fonni, tralasciando i brani triviali degli Squallor tipo D’Annunziata. E anche Sylvia, di Sylvia Robinson – sì, proprio lei, una delle artefici dell’hip-hop, cofondatrice dell’etichetta Sugar Hill Records e produttrice di due singoli apripista del genere, Rapper’s Delight della Sugarhill Gang e The Message di Grandmaster Flash & The Furious Five – l’album rare groove di oggi, scovato in cantina, appartiene a quel periodo e a quel genere, siamo nel 1976 o giù di lì.
Non aspettatevi grandi performance vocali: qui basta un sussurro e poco altro per arrivare al dunque. Va detto, però, che il tappeto sonoro è coinvolgente, grazie soprattutto al basso, che pompa con insistenza lungo brani ossessivi che lasciano ben poco spazio all’immaginazione. Nelle canzoni di Sylvia è il personaggio femminile a sedurre l’uomo, non viceversa, e siamo molto vicini alle vette erotiche raggiunte da Marvin Gaye in Let’s Get It On o alla Turn Off The Light di Teddy Pendergrass- anzi nel brano You Sure Love to Ball, vengono superati - e quindi una se…rata in compagnia di Sylvia è comunque un bel viaggio. E chissà, magari si finisce per lasciarsi andare del tutto.